Borgate di Gemona

Come il centro è il cuore del territorio cosi le sue frazioni sono i suoi arti.
Indissolubilmente legate per costruirne un corpo unico.
Forte e radicato è nei gemonesi il senso di appartenenza alla propria borgata.
Le molte frazioni gemonesi hanno origini antiche, alcune conosciute, altre no.
Gli ultimi significativi cambiamenti risalgono al Novecento, ma riguardano elusivamente
la pianura e seguire un itinerario che le attraversi è piuttosto tortuoso.


Vicino al torrente Orvenco che fa da confine con Artegna, appena passato il ponte, edificato a metà del 1800
e, forse, il più vecchio di Gemona, si incontra la frazione Maniaglia
È menzionata nei documenti del comune fin dal 1200 come “burnus Maniagle”, purtroppo le sabbie
del tempo hanno coperto le origini e il significato del suo nome. Per secoli è rimasta fortemente legata
ai boschi del monte Cuarnan che la sovrasta. Solo nel XVIII sec. ha avuto una sua chiesa, prima cappella
privata della famigli Madile, poi diventata d’uso di tutta la borgata (Beata Vergine della Salute).

Forse ancora più antica se pensiamo alla fontana si Silans che si trova manzionata nella “Tabula Peutingeriana”
(una carta geografica del III-IV sec. d.C.) come “ad silanos”.
In latino il termine indica “zampillo”, “fonte d’acqua” e il fatto che ancora oggi identifichi una fontana
è davvero impressionante.  È probabile che ai tempi di Roma antica nel luogo sorgesse un piccolo villaggio,
una stazione per il cambio dei cavalli o entrambe le cose. Vicino alla fontana troviamo la chiesa di S. Valentino,
oggi ricostruita; la precedente era di fine ottocento, ma nei documenti era menzionata fin dalla metà del 1200.
Indubbiamente appagante può essere una passeggiata dalla fontana suddetta lungo la via Glemine,
verso il centro. Potremo passare attraverso uno dei pochi angoli intonsi, dove si possono scorgere i segni
del sisma del 1976, ma anche quelli della storia. La strada lastricata e le antiche mura che la accompagnano
ci danno un piccolo esempio di come fossero prima gran parte delle vie del gemonese.
Camminando giungiamo di fronte agli antichi lavatoi, gli unici che dal Cinquecento all’avvento della lavatrice
servivano il centro. L’edificio attuale e frutto della ricostruzione del 1835 ad’opera dell’ing. Zozzoli, solo i quattro
pilasti angolari risalgono alla struttura originale.

Immediatamente accanto a Godo troviamo Piovega, nome che porta con se il suo significato. Infatti il “piovego”
era una tassa fatta pagare agli abitanti della zona per la costruzione della roggia, ancora insistente, anche se
completamente cementificata. I lavori eseguiti a cavallo fra il XII e il XIII sec. non solo fecero nascere il canale,
con gran fiorire di fabbri e mugnai, ma anche l’odierna frazione.

Risalendo la vicina roggia fino alla sua fonte (il Tagliamento) troviamo prima il borc dai Gois abitato
in prevalenza, almeno in origine, dalle omonime famiglie, Goi. Nelle carte napoleoniche era riportato come
“case brusade”, probabilmente a ricordo di un dannoso incendio. Subito dopo ricordiamo borgo Mulino,
caratterizzato dalla presenza del restaurato settecentesco mulino Cocconi, oggi interessante museo etnografico.
Piena di storia, piuttosto recente, è ancora la fornace per la calce che fa bella mostra di sé accanto
alla strada per Gemona.

Allontanandosi dal centro storico verso nord, giungiamo ad Ospedaletto che è il borgo che ha restituito
il numero maggiore di reperti di epoca romana. Esseno l’ultimo abitato di pianura risulta plausibile
che fosse un luogo di sosta, specialmente per il cambio dei carri, cioè dai più grandi di pianura ai più piccoli
e agili adatti alla montagna e viceversa.
Il nome attuale è nato assieme all’ospedale di Santo Spirito creato qui nel XIII sec. ad uso dei viandanti.
Esso scomparve nel XVI sec. unito a quello di San Michele tutt’oggi esistente. Accanto al suddetto ospedale,
nel XIII secolo sorgeva la chiesa di S. Spirito, ricostruita in stile gotico-fiorito nel corso dell’Ottocento
e la Chiesetta di Ognissanti: un piccolo gioiello ornato da affreschi risalenti al XIV e al XV secolo, venuti alla luce
con i crolli causati dal terremoto del 1976. Interessante dal punto di vista iconografico il Cristo dell’Apocalisse,
vestito di bianco e con due spade, raffigurato sulla parete di fondo. Da qui, immettendosi sulla S.S. 13
Pontebbana, seguendo la direzione per Tarvisio, dopo 5 km, si giunge nelle medioevale cittadella di Venzone.
Identificati gli estremi alle pendici dei monti non ci resta che passare alla pianura.
Oggi intensamente urbanizzata e sviluppata, fino a pochi secoli fa era poco abitata perché nata e continuamente
modificata dalle piene del Tagliamento. Solo agli inizi del novecento con la creazione del “consorzio roste
Tagliamento” si sono innalzati gli attuali argini che hanno posto fine ai capricci del fiume.
Tutta la piana era caratterizzata dall’alternarsi di zone aride, ghiaiose e paludose che, nel secolo passato,
grazie a continue opere di bonifica e canalizzazioni irrigue è diventato territorio fertile.
Questa zona, nelle carte ottocentesche, era segnata unicamente come “campo di Gemona”.

Tornando verso Ospedaletto, incontriamo borgo S. Pietro identificato dall’omonima cappella costruita
a metà del 1800 e unica integra dal terremoto del 1976.

Poi Campagnola, affiancata da Taviele (la “tavella” identificava in epoca romana il terreno di una villa).
Forte è il legame con le funzioni agrarie di questi due luoghi.
Proseguendo  incontriamo Campo Taboga confinante con Campo Lessi (oggi trascritto in un’unica parola).
Fino agli anni venti esisteva un solo “campo”, poi la costruzione della ferrovia per Spilimbergo e Sacile divise 
in due la zona. La grande varietà di nomi di luoghi, la loro antichità e storia ci fa intuire come da sempre l’uomo
abbia vissuto e lavorato in queste aspre terre, modificandole ed adattandole a proprio piacimento.
Tutte queste modifiche hanno lasciato piccole tracce: un canale, un muro, un nome.
Non dimenticare ciò che i nostri antenati hanno costruito acquista ancor più valore dopo il sisma
del 6 maggio del 1976.